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Nel sito dove oggi è costruita la chiesa della Consolata, fin dal basso medioevo, era venerata un’immagine della Madonna col Bambino, dipinta su un muro nei pressi di una fontana detta della Gottrosa, la cui acqua pare avesse particolari qualità terapeutiche. Tanta era la devozione che la gente di Ceva e dei paesi vicini professava per quel simulacro, che si venne nella determinazione di costruire in quel luogo una chiesa.
L’arciprete Ippolito Derossi pose ufficialmente la prima pietra il 10 giugno 1647, avutane autorizzazione dal vescovo di Alba monsignor Paolo Brizio.
In un primo tempo, l’edificio religioso fu consacrato alla Natività di Maria Santissima, ma per l’intensa frequentazione e per i conforti elargiti, ben presto tra i fedeli si diffuse un profondo culto per la Consolatrix Afflictorum, considerando la chiesa a livello di santuario e la “Consolata” diventò l’appellativo più consueto per individuarla, tramandandolo nel tempo. In occasione della festa di San Rocco, era tradizione benedire i buoi coperti di vecchie gualdrappe ricamate e si indiceva un’asta per un cappello e una frusta (il fuèt) a beneficio della chiesa. Questa tradizione è perdurata fino alla fine degli anni Novanta, con la benedizione dei moderni mezzi agricoli.
Originariamente la chiesa era costituita da un unico fabbricato a base ottagonale. In tempi successivi furono aggiunti prima il corpo di facciata poi, nel 1843, la struttura più bassa a pianta circolare nella parte retrostante a cura del cappellano don Giuseppe Uberti.
La facciata si compone di due ordini architettonici sovrapposti e su quello superiore si evidenzia una scritta in latino a ricordo di una solenne processione del 22 maggio 1814, che si fece per ringraziare la Vergine per il ritorno del re sabaudo nelle sue terre, dopo il periodo di dominazione napoleonica. L’ordine inferiore della facciata consiste in uno spazio porticato aperto su tre lati, con volta a cupola leggermente affrescata, che ripara il portale di ingresso sormontato da un frontone curvo spezzato.
L’interno si presenta suddiviso in due ambienti, quello con l’originaria superficie ad ottagono che attraverso una balaustra marmorea è separato da quello circolare costruito successivamente, che forma il presbiterio con l’altare maggiore, in marmi policromi, opera del 1868 dell’artigiano garessino Giuseppe Casabella.
Vi sono due cappelle a lato dello spazio ottagonale: a destra quella di San Rocco, ricostruita nel 1835, a sinistra quella di Sant’Anna, entrambe con volta dipinta ed altari in muratura marmoreggiata e marmi variegati, con incisi sulla parte anteriore i monogrammi dei due santi. Entrambe le volte a cupola dei due locali sono affrescate con medaglioni con raffigurati paesaggi, monumenti, stemmi, coppe che si alternano a motivi geometrici e floreali. Questi dipinti furono eseguiti dall’artista cebano Pietro Bergallo al tempo dell’ampliamento della chiesa.
Sovrasta l’ingresso un’ampia tribuna, sui cui pannelli sono pitturati a chiaroscuro degli strumenti musicali.
Sulla parete di sinistra a lato della balaustra vi è un pulpito, ricco di elementi ornamentali.
La vecchia fontana della Gottrosa è stata incorporata nel fabbricato della chiesa e la sua acqua incanalata fino ad un pozzo poco profondo, in un locale adiacente ancor oggi accessibile.
L’edificio religioso è da sempre tenuto in condizioni di buon decoro merito degli abitanti del borgo, che dalla chiesa prese il nome ed è divenuto nel dopoguerra uno dei più popolosi della città.




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