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Si trattava di una fortezza “alla moderna”, adatta a fronteggiare le nuove strategie delle guerre cosiddette di movimento, la cui costruzione ebbe inizio nel 1552. L'edificazione della struttura di difesa fu richiesta dai genovesi all’imperatore Carlo V, impegnato con le sue truppe contro quelle del re francese Enrico II e finanziata con fondi imperiali e tassazioni straordinarie sulla popolazione del Marchesato di Ceva. Il progetto fu probabilmente dell’architetto cremonese Benedetto Ala. La fortezza è posizionata sulla Rocca della Guardia, altura dominante a picco la città di Ceva, da dove si ha un’ampia visuale sui rilievi circostanti e si può esercitare una comoda sorveglianza sulle strade di accesso alla città medesima. Con un presidio di 400 uomini sostenne il primo assalto a giugno del 1553 contro i francesi che ebbero la meglio. Dopo la pace di Cateau Cambrésis, nel 1559, la fortezza venne abbattuta prima di essere consegnata al duca Emanuele Filiberto di Savoia, il quale provvide a ricostruirla seguendo il progetto dell’architetto vicentino Francesco Horologi. L’opera fu compiuta in diversi anni e venne continuamente aggiornata e potenziata, adeguandosi alle mutate tecniche d’assedio. Quando, nel 1531, il Marchesato di Ceva venne inglobato nel ducato sabaudo il Forte fu impiegato a scopo di protezione dei confini con la Repubblica Genovese e a fronteggiare gli assalti nemici da sud. Il Forte si dimostrò, per l’economia di Ceva, tanto importante da valergli il titolo di Città e le permise di mantenere una posizione di preminenza negli interessi dei duchi. La fortificazione fu interessata da tutti gli eventi bellici susseguitisi dal Seicento al Settecento, dalla guerra dei trent’anni e del Monferrato a quelle civili. Nel 1641, durante le lotte tra madamisti e principisti, una mina distrusse una cortina e un bastione e il Forte passò in mano francese. L’episodio palesò la necessità di aggiungere un grande corpo a tenaglia dal lato nord su progetto degli architetti Carlo e Michelangelo Morello. Due erano le porte di accesso, a sud-est la Porta di Ceva, a ovest la Porta Reale, attraverso la quale si entrava sul piazzale superiore, dove vi erano il palazzo del governatore, quello del comandante, le caserme, i magazzini e le prigioni. Il maresciallo francese Jean Baptiste de Maillebois lo definì le grand diable e si portò sempre in animo di assalirlo. Durante l’invasione francese del 1796, Napoleone, per il poco tempo a disposizione e dopo l’esperienza dell’inaspettata resistenza del castello di Cosseria, preferì desistere dall’attaccarlo per inseguire l’armata piemontese, ma ne ordinò più volte la resa, sdegnosamente rifiutata dal governatore Francesco Bruno di Tornaforte. Con l’armistizio di Cherasco il Forte venne consegnato ai francesi sino al 1799 quando, con un colpo di mano da parte di antigiacobini e popolani locali, al comando del capitano Francolino di Castellino Tanaro, fu assalito vittoriosamente e tolto agli occupanti, sino alla battaglia di Marengo del 1800, vinta da Napoleone. Questi decise di raderlo al suolo. I motivi sono da ricercarsi sia nell’orgoglio ferito di Napoleone, in occasione della prima campagna d’Italia, sia nel timore di perdere nuovamente una fortezza ottenuta solo a seguito di trattati di pace e non per meriti militari. Nel 1801, fu fatto saltare. Questa struttura nel corso dei secoli, oltre a baluardo di difesa, fu anche una prigione. Si ricordano rinchiusi in essa il patriota giurista napoletano Pietro Giannone, i fratelli Vasco e Anna Teresa Canalis di Cumiana, marchesa di Spigno, moglie morganatica del re Vittorio Amedeo II. In mezzo all’odierno giardino, detto al tempo del Forte cortile superiore o piazza d’Armi, verso la rupe, si eleva la gigantesca Croce del Forte eretta nel 1900. La Rocca racchiude tuttora i resti di tre cappelle del XV e XVI secolo: della Madonna della Guardia, dell’Addolorata, di S. Antonio da Padova, mentre non vi è più traccia di quella di San Giuseppe che era posta nella parte superiore.




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